martedì 9 ottobre 2007

Vino, comunicazione e... il Barbacarlo!



Menotti, un nostro eclettico cliente di Broni, più volte mi ha elogiato il Barbacarlo, vino rosso prodotto nell’omonimo cru di Lino Maga nell’Oltrepò Pavese.
Incuriosito dal suo pittoresco racconto, ho cercato di documentarmi in merito trovando questo documento nella guida “I Vini di Veronelli” del 2004 a pagina 203, al quale affido la descrizione del vino, ed il relativo commento di Paolo Massobrio.



La scorsa settimana, nell’ambito del gemellaggio fra il Comune di Ferrara e quello di Broni, sono stato invitato ad un’iniziativa del Consorzio di Tutela dell’Oltrepò Pavese, niente di meno che una degustazione verticale di Barbacarlo! Annate assaggiate: 2003, 2004, 2006 e 1998.
Questa la sequenza per le caratteristiche dei vini, e quindi delle annate climatiche che li hanno generati, tant’è che ogni bottiglia presenta un collarino nel quale Lino Maga descrive le peculiarità del millesimo.
Capite che non potevo esimermi dal partecipare, ed ecco qui la testimonianza (scusate la foto ma è stata scattata di straforo con il cellulare):



A presentare la degustazione Carlo Alberto Panont, Direttore del Consorzio, insieme al figlio di Lino Maga, Giuseppe.
“Il Barbacarlo è una spremuta d’uva e niente più”, ha sottolineato Giuseppe Maga, per sua ammissione più avvezzo alle pratiche di cantine che alle presentazioni in pubblico: niente lieviti selezionati, botti in rovere da 15 ettolitri vecchie di 50 anni e “pulite” solo con vino, niente collaggi, niente filtrazione, utilizzo di tappi vergini.
Sì, perché oggi il Barbacarlo (circa 8.000 bottiglie prodotte all’anno, più le vecchie annate) si vende a 15 Euro la bottiglia franco cantina, e molte annate sono già terminate.
Allora mi sono chiesto: come è possibile che un vino di questo tipo possa avere un tale successo, al punto che un Consorzio (il terzo italiano per superficie rivendicata) gli affidi in tale circostanza la propria comunicazione?
Perché alla fine dietro il vino c’è un uomo e un territorio, che se vengono raccontati bene possono creare legami indissolubili, ma soprattutto identificativi, ed è questo che la gente e il mercato cercano, in maniera conscia o indiretta; valori certi che si possano confermare nel tempo.
Non solo: Giuseppe mi ha raccontato che la fortuna del Barbacarlo in buona misura è nata grazie ai racconti di Veronelli e Brera, che spesso passavano a trovarli da quelle parti.
Oggi si parla di media e internet, ma alla fine, e il Barbacarlo ne è una testimonianza, è la faccia di chi lo racconta a fare la differenza, non il mezzo, anzi; bisogno stare attenti a non svilirsi, a non cavalcare l’onda a tutti i costi, e questo lo dico anche per allacciarmi a un recente post del bravo Aristide.
Detto questo, che dire del Barbacarlo? Un vino enormemente diverso da annata ad annata, che quindi rispetta la materia prima. Leggera spuma evanescente dovuta alle rifermentazioni in bottiglia, piccoli, lievi difetti di riduzione per l’annata 2004, poi però escono profumi netti che ricordano il mallo di noce e la china. Il 2006 è sicuramente il più interessante e corretto, con sentori che ricordano la prugna secca e le spezie dolci; il ’98 avrebbe richiesto un “rinvenimento” più lungo, presentando tra l’altro sentori bret, alcolicità sempre importanti e sopra il 14%, però credo che ottenere un prodotto così franco senza alcun apporto di tecnologia, non sia cosa banale, aldilà del modo che ciascun produttore ha di intendere il vino, e questo è stato sottolineato in modo molto corretto dal Direttore del Consorzio.

In tempi così aleatori, la credibilità è il valore da portare avanti, indipendentemente dalle mode e dagli stili produttivi: questo è il messaggio che mi ha dato il Barbacarlo!

4 commenti:

gianpaolo ha detto...

Leggendo queste tue riflessioni sul Barbacarlo, che ti portano a parkare del territorio e delle persone anche e sopratutto in una funzione di successo del prodotto, e sono d'accordo con te, mi veniva però da fare anche un altra riflessione.
Premetterò che non conosco il vino in questione, ovvero lo conosco ma non l'ho mai assaggiato, e che quindi quello che dico non si riferisce in particolare al Barbacarlo.
La mia riflessione è questa, fino a che punto il "contorno" di un prodotto può e debba condizionare il giudizio sul prodotto stesso, al di là della qualità intriseca che quel prodotto, nel caso nostro un vino, mostra ed evidenzia. Ovvero, dalla tua scheda di degustazione, che arriva alla fine delle riflessioni di cui sopra, non si capisce bene se poi il vino è buono o no. Mi parli di rifermentazioni in bottiglia, mmmhhh, a me non suona troppo bene, io in generale tenderei a considerare difettoso un vino come questo.
Non so se si capisce quello che voglio dire, non è che a volte, trasportati dalla simpatia umana e dalla storia di certi personaggi o di certi prodotti, tendiamo a sovrastimare fattori esterni che ci fanno un pò troppo perdonare qualche sbavatura, se non proprio difetto, del vino che stiamo assaggiando? E non dovrebbe comunque il prodotto venire prima, in quanto merce che si vende e si paga, e la storia e tutto il resto dopo?
La mia è una provocazione, lo ammetto, non è una critica. Mi interessava sapere come la pensi.

Blog&Wine ha detto...

Ciao Gianpaolo, come va? Non mi sono scortato di venire a trovarti, spero che l’inverno mi lasci un po’ più di tempo…
Da un punto di vista imprenditoriale sono d’accordo con te: il Barbacarlo non è un vino top, anzi, in una degustazione alla cieca avrebbe molti detrattori.
Però è pure vero che ogni produttore è libero di vinificare con il proprio “stile”, e se Lino Maga non vuole fare niente, è libero di farlo, ne pagherà le conseguenze qualitative, però se tanti di noi provasse a vinificare in quel modo non so se otterrebbe qualcosa di meglio, per questo i miei commenti erano tutto sommato positivi.
Parlando però con Panont e con il nostro cliente Menotti, mi raccontavano che la famiglia Maga sta salvando delle vigne storiche, tutte terrazzate, allora il mio pensiero è stato questo: se i vini italiani sono famosi anche per la bellezza dei luoghi dove sono prodotti, perché non riconoscere nel costo della bottiglia un plus a questi personaggi? Con il loro lavoro non turbano il mercato dei grandi numeri, e forniscono un servizio alla collettività, altrimenti un Consorzio come quello dell’Oltrepò non credo avrebbe dedicato una serata a questo vino; questo è un aspetto che mi ha fatto ragionare e che ho apprezzato da parte loro.
Tutto questo per dirti che secondo me ci sono diverse angolazioni per osservare e giudicare un vino: quella imprenditoriale viene prima di tutto, perché una produzione la si fa solo se è redditizia, e questo avviene se ha come obiettivo il continuo miglioramento qualitativo; poi però ci sono persone che vivono il vino in altri modi, e una volta appurata la loro buona fede, bè, allora il nostro metro di giudizio può anche cambiare per un momento…
Lo ammetto, a livello personale questa integrità nel prodotto mi affascina, e mi piacerebbe se alcuni noi provassero, accanto alle produzioni consolidate, ad affiancare sperimentazioni "regressive" di questo tipo, non posso escludere che protebbero nascere delle sorprese...
Grazie per il commento, a presto

Anonimo ha detto...

Salve Mirco, sono Gino e credo profondamente nel vino fatto alla maniera del Barbacarlo! In effetti il mio vino � esattamente cos� che lo ottengo. E' chiaro che i rischi sono tanti e quelli capaci di apprezzare questi sapori originari sono pochi... ma tanto io faccio poche bottiglie!
Speriamo che questi vini artigianali vengano sempre pi� valorizzati.
Un caro saluto
www.organicwine.it

Blog&Wine ha detto...

Ciao Gino e grazie per la testimonianza!
In effetti grazie sopratutto a Intenet oggi noi piccoli possiamo farci conoscere sia per lo nostre idee che per i nostri prodotti...
Speriamo che che grazie alla nostra volontà il futuro possa riservarci qualche bella soddisfazione... ;-)
A presto!

Mirco